Millennium Falcon Blog

Aviazione, fantascienza, fotografia, gatti, politica, storia, ufologia
(non necessariamente in quest'ordine)

venerdì, 28 marzo 2008
Al Bivio

Nel riverbero giallo qualcosa si mosse, e Terodimo, finalmente, uscì alla luce del sole. Vedendolo, Jeryl lanciò un grido e nascose la testa nel grembo di Eris, ma Eris non fece un gesto, sebbene tremasse tutto, come non gli era mai successo prima della battaglia.

Second Dawn (1951) è uno dei racconti meno noti ma più strani e "sperimentali" di Clarke. La sua stranezza non consiste nell'assenza di personaggi umani (Clarke aveva scritto storie con protagonisti alieni fin da Retreat from Earth del 1938) o nell'ambientazione su un mondo abbastanza simile alla Terra, e nemmeno nello stile, almeno finché non ci si rende conto che la misurata e allusiva prosa post-vittoriana descrive le vicende di personaggi che non potrebbero mai sorseggiare una tazza di Earl Grey.

Agli occhi di un uomo sarebbero sembrati bizzarri, ma non repellenti. I corpi snelli, coperti di pelliccia, finivano in un'unica zampa robusta, capace di compiere balzi di una decina di metri. I due arti superiori invece erano molto più piccoli, e avevano esclusivamente funzione di sostegno e di equilibrio. Terminavano con due affilati artigli a uncino, che nella lotta potevano diventare un'arma mortale, ma che non erano di nessun'altra utilità pratica. [...] Erano dotati di poteri mentali che li avevano messi in grado di sviluppare enormemente le scienze matematiche e la filosofia, ma non avevano il minimo controllo sul mondo fisico. Case, utensili, vestiti, e manufatti in genere, erano a loro completamente sconosciuti. Agli occhi delle specie fornite di mani, di tentacoli, o di altri organi adatti alla manipolazione, sarebbero apparsi incredibilmente retrogradi; eppure [...] solo raramente si rendevano conto delle proprie deficienze, né riuscivano ad immaginare un modo di vita diverso. [...] Per migliaia di generazioni avevano esplorato col pensiero le insondabili profondità della metafisica. In quanto alla fisica, la ignoravano totalmente, al punto di non sospettarne neppure l'esistenza.

Jeryl osservava i due amici, prendendo parte solo occasionalmente alla discussione. Questa si svolgeva mentre i tre pascolavano, strappando qua e là ciuffi d'erba, perché come tutti i ruminanti attivi, erano costretti ad impiegare gran parte della giornata nella ricerca di cibo.


E' evidente che raccontare la storia di un branco di filosofi ruminanti che scopre la possibilità di sviluppare una tecnologia grazie al contatto con un'altra specie, meno intelligente ma dotata di arti prensili, pone dei problemi di scrittura non proprio trascurabili. Non mi stupirei che Clarke sia stato tentato, prima di scartarli come inadeguati, dall'usare moduli espressivi mutuati da Jack London o magari da D.H. Lawrence - qualcosa di vitalistico e tendenzialmente selvaggio, insomma. Fra l'altro proprio Lawrence è citato come fonte di ispirazione dal protagonista di Le Sabbie di Marte - una trasparente autoparodia di Clarke - nel primo capitolo del romanzo che aprì la collana Urania nel 1952. Ma i lettori italiani non lo vennero mai a sapere: negli anni '50 non si poteva correre il rischio che qualche giovane appassionato di fantascienza, incuriosito dal riferimento, scoprisse L'Amante di Lady Chatterley!

E dunque cosa fa Sir Arthur? Si mette a raccontare una storia che è ben oltre il limite del verosimile usando gli stilemi di autori come W. Somerset Maugham - che veniva spesso accusato di mettere semplicemente in bell'ordine tutte le banalità e i luoghi comuni più abusati (il più evidente e riconosciuto omaggio clarkiano a Maugham è Aria per Uno (1949) nel quale due astronauti su una nave spaziale danneggiata decidono, in maniera perfettamente civile e ragionevole, o quasi, chi si debba suicidare per permettere all'altro di sopravvivere fino all'arrivo).

Questo singolare apologo (lo trovate nell'antologia Urania La Sentinella) è stato criticato per l'ottimismo e soprattutto per la scarsa plausibilità scientifica. Sembrerebbe assurdo che degli erbivori sviluppino una intelligenza logico-simbolica, nevvero? Ma dobbiamo considerare che nemmeno i predatori specializzati fanno poi tanta strada, e lo dico nonostante la mia ben nota simpatia per i gatti. In realtà qualche biologo ha fatto notare che il livello di intelligenza di tutti i mammiferi ha continuato ad aumentare da quando i dinosauri si sono estinti, lasciando campo libero ai più agili concorrenti. Il mondo di Eris e Jeryl è molto più antico del nostro, e ospita diverse specie intelligenti a cui Clarke, con sottile ironia, assegna dei nomi dal suono classico: i grandi erbivori Ateleni e Mitranei, spesso in guerra per le scarse risorse alimentari, e i piccoli Fileni dagli arti prensili, con i quali entrano in una fruttuosa simbiosi culturale che però - suggerisce l'autore fra le righe - potrebbe portare, un giorno, ad un conflitto per la supremazia sul pianeta.

Dal passato erano riemerse le parole che una volta le aveva detto Aretenon, e la stavano ossessionando. Ricordava la passeggiata lungo il fiume, tanto tempo prima, mentre Aretenon parlava delle sue speranze e concludeva: " Niente di quello che impareremo dalla Natura potrà essere tanto terribile e minaccioso quanto quello che abbiamo scoperto nel profondo della nostra mente". Adesso quelle parole gettavano un'ombra sull'avvenire e sembravano irriderla, senza che lei capisse perché.

La sua gente, unica forse fra tutte le specie dell'Universo, era giunta al secondo bivio senza avere ancora oltrepassato il primo. E ora doveva continuare per quella strada, alla cui fine avrebbe trovato e affrontato la sfida decisiva. Una sfida a cui, questa volta, non ci sarebbe stata alternativa.

Nel buio, il tenue riverbero degli atomi morenti ardeva costante nella roccia...

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Incontro con Medusa



"Sto esaurendo le mie alternative... Adesso posso solo scegliere fra spaventarla e farle venire un gran mal di pancia. Non penso che troverà la Kon-Tiki molto digeribile, se è quello che ha in mente."

Una tipica situazione alla Clarke - di quelle imitate innumerevoli volte da autori e sceneggiatori di minore talento. Un uomo a bordo di una mongolfiera ad energia termonucleare (!) che galleggia nell'atmosfera di Giove. E sopra di lui, una creatura tentacolata larga due chilometri, che tocca incuriosita il pallone, come un gattino...

Riletto oggi, A meeting with Medusa (1971) non fa una grinza. Non c'è nulla di datato. E' una pietra miliare, uno dei pochi racconti lunghi di fantascienza che restano indelebili nella memoria. Perché il tema è il più classico, ma è affrontato in maniera moderna, alla maniera di uno scrittore che ha già scritto un bel pezzo di storia della fantascienza, conosce tutte le trappole, e le scavalca di slancio.

Un uomo solo di fronte all'ignoto (beh, non è esattamente un uomo, ma questo il lettore lo capisce solo nell'ultima pagina). E l'ignoto è Giove, dove tutto è dieci volte più grande che sulla Terra. La fantasia di Clarke, sorretta come al solito da una base teorica di tutto rispetto, qui si scatena al suo meglio. Il successo della sua visione di una biosfera nell'atmosfera di Giove è stato tale da diventare un riferimento per tutti gli esobiologi, al punto da convincere lo stesso Clarke a riprenderla pari pari in 2010 e nei due successivi quasi-sequel dell'Odissea nello Spazio.

Incontro con Medusa è insolito, per il pubblico italiano, anche per un'altra ragione: è l'unica opera di Clarke pubblicata in tre diverse traduzioni, tutte abbastanza fedeli all'originale. Si trova infatti in Medusa pubblicata da De Carlo Editore nel lontano 1972, oggi praticamente introvabile, che poi fu ripubblicata negli Oscar Mondadori; in La Sentinella di Interno Giallo Edizioni, 1990 (da non confondere con l'omonima antologia Urania); e in Vento Solare, l'antologia pubblicata nel 1977 come numero speciale di Robot, la famosa (o famiferata) rivista di Vittorio Curtoni che provocò accese discussioni negli anni '70 fra gli appassionati di fantascienza italiani.

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giovedì, 27 marzo 2008
Incontro con Rama

Il rappresentante dell'Homo Sapiens, con la sensazione di sembrare un idiota, seguì con gli occhi il suo Primo Contatto che si allontanava lungo la pianura ramana, infischiandosene di lui.

Rendezvous with Rama (1972) è senza dubbio il romanzo più bello di Arthur C. Clarke, e si colloca allo stesso livello delle due opere fondamentali di gioventù, La Città e le Stelle e Le Guide del Tramonto. Appartiene al periodo che seguì 2001 e che produsse, oltre a questo romanzo, almeno altre due opere eccezionali, il racconto breve Transito della Terra e il racconto lungo Incontro con Medusa.

Se non si conosce Clarke, Incontro con Rama è la prima lettura consigliata. Niente digressioni, una trama lineare sviluppata in maniera sobria e senza lungaggini, colpi di scena ben dosati, pochi personaggi, funzionali alla storia ma meglio delineati del solito, una spolverata di umorismo britannico, e senso del meraviglioso in quantità industriali. Non è un caso che all'epoca il romanzo abbia vinto quasi tutti i premi assegnati dalla critica e dagli appassionati. E non fu l'ultima zampata del vecchio leone, anche se in seguito il suo ruggito si sarebbe fatto più incerto.

In Italia il romanzo è noto solo nella edizione Urania del 1973, poi ripubblicata più volte, e devo dire che la traduzione di Beata della Frattina, veterana dell'Urania e dell'opera di Clarke, è generalmente all'altezza della situazione, con poche imprecisioni e alcune piccole libertà quasi sempre positive. Nell'originale, la frase riportata in apertura suona così:

Feeling extremely foolish, the acting representative of Homo Sapiens watched his First Contact stride away across the Raman plain, totally indifferent to his presence.

Si direbbe che la gentile traduttrice fosse un po' stufa della prosa compassata del futuro Sir Arthur. Ma ci sarebbe da dire ben altro sul lavoro di un anonimo redattore (chiedo scusa, editor) che, forse per rispettare la consolidata tradizione dell'Urania, ha non solo sforbiciato il testo qua e là, ma anche "riassunto" o "spiegato" qualche passaggio con frasi che non esistono nell'originale! Nella postfazione a 3001 Odissea Finale Clarke difende gli editors dall'accusa di essere dei "macellai frustrati", ma mi domando che cosa avrebbe detto se qualcuno gli avesse tradotto quell'incredibile paragrafo che, nella penultima pagina di Incontro con Rama, sostituisce un pudico "stacco" fra le due sezioni dell'ultimo capitolo con un cenno esplicito ad una orgia orbitale per celebrare la fine della missione! Forse voleva essere un segno dei tempi.

Invece per il successivo, e molto inferiore, Terra Imperiale la redazione dell'Urania sembra tornare all'idea che la fantascienza sia essenzialmente letteratura per ragazzi: la prima volta (e forse l'ultima) in cui una nudità femminile si svela nella prosa solitamente morigerata del Nostro, gomma e forbici tornano all'opera e la pagina viene riscritta, e stravolta, da cima a fondo. Ad ogni modo, l'edizione Urania del 1976 non riporta nemmeno il nome del traduttore, quindi è difficile attribuire delle responsabilità.

Quando si leggono delle critiche allo stile di Clarke, o di qualunque altro autore di fantascienza, bisogna ricordare che per mezzo secolo i lettori italiani non hanno letto delle traduzioni, bensì delle versioni condensate alla maniera del famigerato Reader's Digest. Ho motivo di supporre che questo trattamento sia stato inflitto a tutti gli autori inglesi e americani pubblicati nell'Urania, anche se non ho un campione significativo a cui fare riferimento. Ma posso dire che, per esempio, un "classico" come Il Risveglio dell'Abisso ha solo una vaga somiglianza con The Kraken Wakes di John Wyndham, del quale dovrebbe essere una traduzione.

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venerdì, 21 marzo 2008
All'Insegna del Cervo Bianco

"Vi ho mai raccontato" disse Harry Purvis con modestia "di quella volta che ho impedito l'evacuazione dell'Inghilterra meridionale?"
"No" disse Charles Willis. "O, se l'hai fatto, ho dormito tutto il tempo."


"Tales from the White Hart" (1957) è una raccolta di racconti umoristici centrati sulla figura di Harry Purvis, brillante narratore dalle origini incerte e dalle competenze maldefinite. L'ambientazione è un pub della vecchia Londra, e gli ascoltatori di Purvis comprendono lo stesso Clarke e diversi suoi amici e colleghi, fra i quali gli scrittori Charles Eric Maine e John Wyndham.

Mi girai a guardare. Vidi un ometto piccolo e lindo, sulla quarantina. Stava fumando una di quelle pipe tedesche intagliate che mi fanno pensare alla Foresta Nera e agli orologi a cucù. Era la sola cosa che lo distinguesse: altrimenti avrebbe potuto essere un piccolo funzionario del Ministero del Tesoro, vestito di tutto punto per andare ad una riunione del Comitato per il Bilancio.

Tutti i racconti meritano di essere letti (magari accompagnati da un boccale di bitter o pale ale per completare l'atmosfera) ed è arbitrario citarne qualcuno a scapito degli altri. Il tono è sempre leggero ma gli argomenti sono talvolta piuttosto seri, e non tutte le storie si chiudono con una risata liberatoria.

Qualcuno degli ascoltatori si chiede addirittura se non ci sia qualcosa di vero.

Le storie di Harry Purvis hanno una loro logica folle che le rende convincenti per via della loro stessa improbabilità. Via via che i suoi racconti prendono forma, complicati ma ben cesellati, l'ascoltatore si sente avvolto da una sorta di sconcertante meraviglia. Certo, diciamo a noi stessi, nessuno avrebbe il coraggio di costruire trame simili: certe assurdità si verificano soltanto nella vita reale, non nella narrativa.

Fra i racconti meglio cesellati, è notevole "Corsa agli armamenti" in cui Clarke già prevedeva che i serial televisivi di fantascienza sarebbero diventati oggetto di culto, e che contiene una presa in giro della space opera alla Guerre Stellari con vent'anni di anticipo.

"Cercate di immaginare un'architettura del tutto esotica, ma non troppo assurda. Dubito che sia possibile: se sta in piedi, qualcuno l'ha già adottata qui sulla Terra. Alla fine lo studio costruì un qualcosa di vagamente bizantino con un tocco alla Frank Lloyd Wright. Il fatto che le porte non conducessero da nessuna parte non importava, purché rimanesse sulla scena spazio sufficiente per i duelli alla spada e le altre acrobazie richieste dal copione.

"Sì, alla spada. Ecco una civiltà che dispone di bombe atomiche, raggi della morte, navi spaziali, televisione, e simili comodità moderne, ma quando si arriva ad un corpo a corpo fra il Capitano Zoom e il malvagio Imperatore Klugg, l'orologio torna indietro di due secoli. Un mucchio di soldati facevano cerchio armati di micidiali fucili atomici, ma non se ne servivano mai. O quasi mai. Ogni tanto una pioggia di scintille faceva indietreggiare il Capitano Zoom e gli bruciava i pantaloni, ma era tutto. Suppongo che siccome i raggi mortali non si muovevano più veloci della luce, il Capitano poteva sempre correre più di loro."


Nella storia, che è narrata in parte non da Harry Purvis, ma da un esperto americano di effetti speciali che ha pensato bene di trasferirsi in Inghilterra dopo un increscioso incidente, gli sforzi per creare degli effetti sempre migliori, e la genialità di uno degli assistenti, portano a risultati del tutto inattesi.

"A meno che Solly fosse in grado di convincere l'FBI che era stato tutto un errore, era meglio per lui tenersi alla larga. Ancora adesso il Pentagono e la Commissione per l'Energia Atomica conducono indagini sul luogo del disastro. Forse sarebbe tornato indietro ad affrontare la burrasca, se non si fosse ricordato che una volta aveva ingaggiato un tizio che si era compromesso durante la campagna elettorale del '48 facendo propaganda per un senatore estremista. Questo avrebbe richiesto qualche spiegazione; e poi Solly cominciava ad averne le tasche piene del Capitano Zoom.

"Così, eccolo qua. Qualcuno di voi sa di qualche casa cinematografica che abbia un posto per lui? Ma solo film storici, per favore. Ha giurato di non toccare nessun'arma più moderna di una balestra."


La scomparsa di Harry Purvis alla fine dei dodici racconti è sorprendente e al tempo stesso prevedibile: dopo aver finito di raccontare la complicata vicenda di una coppia in crisi, storia che finisce tragicamente, viene scoperto dalla moglie - della quale nessuno sospettava l'esistenza.

La porta si spalancò, e nel nostro bar privato irruppe una bionda formidabile.
E' raro che la vita sappia combinare dei momenti culminanti perfetti come questo. Harry Purvis si fece pallidissimo e cercò, invano, di nascondersi fra gli astanti. Fu scoperto al'istante e fatto segno ad un lancio ininterrotto di invettive.

Ecco ciò che udimmo, palpitanti d'ansioso interesse: "Dunque è qui che tieni le tue conferenze del mercoledì sera sulla meccanica quantistica! Avrei dovuto controllare anni addietro all'Università! Harry Purvis, sei uno sporco bugiardo e non m'importa che tutti lo sappiano. Quanto ai tuoi amici" e girò intorno un'occhiata sprezzante "è un pezzo che non vedo una banda di così luridi facchini."


La scomparsa di Harry Purvis non fu totale, almeno in Italia. Infatti l'edizione Urania del 1965 conteneva solo dodici dei quindici racconti originali. Nella successiva antologia Urania Storie di Terra e di Spazio Harry Purvis riapparve per raccontare di una partita di calcio fra le nazionali di due repubbliche sudamericane i cui rapporti erano giunti ai ferri corti... e di come l'incontro venne risolto mediante un uso decisamente originale dell'energia solare. Ma questa, come si dice, è un'altra storia.

"Qui ci sono un mucchio di sciocchezze. Posso dimostrarvelo. Il magnetismo è la mia specialità."
"La settimana scorsa", fece Drew con dolcezza, riempiendo due bicchieri alla volta, "hai detto che la tua specialità era la struttura dei cristalli." Harry gli sorrise con aria di superiorità.
"Sono uno specialista generico", disse altezzoso.

Buona Pasqua a tutti.

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giovedì, 20 marzo 2008
Il Leone di Comarre

The Lion of Comarre (1949) è uno dei tre romanzi brevi che Clarke scrisse negli anni '40. Gli altri due, Guardian Angel e Against the Fall of Night, furono poi rielaborati in romanzi lunghi - Childhood's End e The City and the Stars - che formano la base del "canone" clarkiano, mentre Il Leone di Comarre è un'opera compiuta e abbastanza atipica, anche perché parla dello spazio "interno" dell'essere umano, e non di quello extraterrestre.

Nella sua brevità, il romanzo è piuttosto complesso e una sintesi della trama non gli farebbe giustizia. Purtroppo l'unica traduzione italiana, quella molto elegante di Ugo Malaguti che fu pubblicata nel 1974 su Nova SF no. 28, temo sia oggi di difficile reperibilità. Se lo trovate su una bancarella, compratelo perché saranno pochi euro ben spesi: nello stesso numero ci sono Crepuscolo di John W. Campbell e Il Bacio del Dio Nero di Catherine L. Moore!

Qui voglio riportare solo alcune citazioni, slegate dal contesto, allo scopo di smentire una diffusa opinione: quella per cui gli scrittori di fantascienza non avrebbero previsto la telefonia mobile. E' vero che la fantascienza abbondava fin dagli anni '20 di minuscoli dispositivi di comunicazione personale, ma si trattava in genere di radio ricetrasmittenti miniaturizzate, concettualmente analoghe a quelle della polizia. Clarke invece aveva ben presente già nel 1949 l'idea di una rete telefonica mondiale, che avrebbe connesso tutti gli apparecchi sia fissi che mobili.

Rabbiosamente, Richard Peyton II sollevò il polso, e formò un numero di otto cifre sul suo apparecchio di comunicazione personale. La risposta giunse quasi istantaneamente. Con accenti cristallini e impersonali, una voce automatica ripeteva, interminabilmente: "Il mio padrone dorme. Non disturbate, per favore. Il mio padrone dorme. Non disturbate, per favore..."

Benché egli dovesse semplicemente premere un pulsante e formare un numero per mettersi in contatto con qualunque abitante del pianeta [...] egli riusciva ad immaginare, in tutta sincerità, di essere solo nel cuore della natura, e per un momento provò tutte le emozioni che Stanley o Livingstone dovevano aver provato quando erano penetrati nella medesima regione, più di mille anni prima.

Il suono che lo aveva fatto ritornare indietro era il più comune, il più banale del mondo. Forse, in realtà, nessun altro suono avrebbe potuto raggiungere la sua mente, là dove si era rifugiata. Era soltanto il richiamo acuto del suo apparecchio di comunicazione che giaceva sul pavimento [...] là nella stanza buia e accogliente, nella città di Comarre.

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Strada Buia

A Walk in the Dark (1950) è uno dei racconti "minimalisti" di Clarke (il più minimalista in assoluto penso sia "Crociata" del 1965, il cui unico personaggio è un oceano intelligente di elio liquido superconduttore che ricopre un pianeta perso fra due galassie). In questo racconto, in pratica, non succede nulla. Lo lessi giovanissimo in Il Secondo Libro della Fantascienza di Fruttero e Lucentini, e ricordo che mi fece letteralmente rizzare i capelli.

E' una storia sulla paura ancestrale del buio e dell'ignoto. Una storia crudele. Il protagonista ce la mette tutta per superare una situazione difficile e per dominare la paura... ma non serve a niente, perchè Madre Natura se ne frega.

Il racconto, nella traduzione di Franco Lucentini, è leggibile per intero su questo sito scolastico e questo mi evita di improvvisarne una brutta traduzione dall'unica versione che ho in casa, quella contenuta nell'antologia Reach for Tomorrow.

Una nota curiosa: il protagonista, che si chiama Robert Armstrong nell'originale, diventa Robert Ashton nella versione italiana. Mi chiedo perché: all'epoca della pubblicazione l'unico Armstrong noto in Italia era Louis Armstrong, il trombettista, mentre Neil Armstrong, pilota collaudatore della NASA, era un nome noto soli a pochi appassionati che seguivano i voli da record dell'X-15.

E' possibile che Clarke, scrivendo questo racconto, si fosse ispirato alla tradizione britannica delle storie di fantasmi e ad un grande precursore, H. P. Lovecraft. Ma le storie di Lovecraft sono attraversate da una luce crepuscolare, e alla fine il Mostro si rivela nel suo orrore soprannaturale, anche se l'autore ricorre spesso all'artificio retorico del "come potrei descriverlo?". In questo racconto di Clarke, al contrario, l'oscurità è totale.

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mercoledì, 19 marzo 2008
La Sentinella

L'unica seria critica negativa che si può muovere ad Arthur C. Clarke riguarda i suoi mezzi espressivi, talvolta inadeguati alla grandiosità delle sue idee. Ma, per capire come mai Clarke merita di essere considerato un grande scrittore, e trascenda i confini, per quanto ampi, della letteratura fantastica, si può cominciare proprio dal racconto che era destinato a dargli una fama universale grazie al cinema. Riporto le ultime due pagine di La Sentinella, quelle in cui la voce narrante parla dell'attesa che è seguita alla scoperta del misterioso oggetto lunare (il corsivo qua e là è mio). E' straordinario leggere queste parole, in cui non c'è quasi nulla di anacronistico o di superato dalle conoscenze attuali, e pensare che sono state scritte durante le vacanze di Natale del 1948.


Ci sono voluti vent'anni per infrangere quello scudo invisibile e arrivare alla macchina racchiusa fra le pareti di cristallo. Quello che non siamo riusciti a capire lo abbiamo spezzato, alla fine, con la brutale potenza dell'energia atomica. Io stesso ho visto i frammenti di quella cosa bella e scintillante che ho trovato un giorno, lassù fra le montagne.

Non significano assolutamente niente. I meccanismi della piramide - se poi erano meccanismi - sono il frutto di una tecnologia molto al di là del nostro orizzonte, forse una tecnologia di forze parafisiche.

Il mistero continua a tormentarci ogni giorno di più, ora che, dopo aver raggiunto gli altri pianeti, sappiamo che solo la Terra, nel nostro piccolo angolo di universo, ha dato origine alla vita intelligente. Né quella macchina può essere stata costruita da qualche antichissima civiltà sconosciuta sorta sul nostro pianeta, perché lo spessore della polvere meteorica sulla spianata ci ha permesso facilmente di calcolarne l'età. Quella polvere cominciò a posarsi sulla montagna lunare prima che la vita emergesse dai mari della Terra.

Quando il nostro pianeta aveva la metà degli anni che ha oggi, qualcosa che veniva dalle stelle attraversò il sistema solare, lasciò quella prova del suo passaggio, e proseguì per la sua strada. Finché noi non l'abbiamo distrutta, quella macchina ha svolto il compito che i suoi costruttori le avevano affidato. E quale fosse quel compito, credo di intuirlo.

Nella spirale della Via Lattea ruotano cento miliardi di stelle; molto tempo fa, altre specie, sui pianeti di altri soli, devono avere raggiunto e superato il livello al quale noi siamo oggi arrivati. Pensiamo a simili civiltà tanto lontane nel tempo, nate in un'epoca in cui si potevano ancora scorgere gli ultimi bagliori della creazione: razze padrone di un universo talmente giovane che la vita era sorta solo su un infinitesimo numero di mondi. Quelle razze dovevano essere isolate fra loro: un isolamento difficile da immaginare, l'isolamento di dèi che puntano lo sguardo sull'infinito e non trovano nessuno con cui condividere i propri pensieri.

Devono avere esplorato gli ammassi stellari come noi esploriamo i pianeti del nostro sistema. Dovunque c'erano mondi, ma erano deserti, o popolati di creature striscianti, incapaci di pensare. Così era la nostra Terra, col fumo dei vulcani che offuscava ancora il cielo, quando la prima nave delle Razze dell'Alba giunse dagli abissi oltre Plutone. Sorpassò i pianeti esterni, chiusi nella morsa del gelo, sapendo che la vita non poteva far parte del loro destino. Giunse, e si fermò, sui pianeti interni, che si scaldavano al fuoco del Sole in attesa che la loro storia avesse inizio.

Quegli esploratori devono avere studiato la Terra, che orbita nella stretta fascia fra i pianeti del ghiaccio eterno e quelli perpetuamente arroventati, e devono aver concluso che era la figlia prediletta del Sole. Su di essa, in un lontano futuro, era destinata a sbocciare l'intelligenza. Ma sul loro cammino c'erano ancora innumerevoli stelle, e poteva darsi che nessuno di loro ripassasse di lì.

E così lasciarono una sentinella, una dei milioni di sentinelle che devono avere sparso nell'universo per sorvegliare tutti i mondi in cui respirava la promessa della vita. Era un faro, che nel corso delle ere avrebbe pazientemente segnalato che nessuno l'aveva ancora scoperto.

Forse ora capite perché la piramide di cristallo fu collocata sulla Luna e non sulla Terra. Ai suoi creatori non importavano le specie ancora in lotta per uscire dalla barbarie. La nostra civiltà poteva interessarli unicamente se avessimo dato prova delle nostre capacità di sopravvivenza, valicando lo spazio e staccandoci dalla Terra, la nostra culla. Questa è la sfida che, prima o poi, si presenta a tutte le specie intelligenti. E' una sfida duplice, perché dipende prima dalla conquista dell'energia atomica, e poi dall'esito della scelta finale fra la vita e la morte nell'olocausto nucleare.

Una volta che noi avessimo superato il punto critico, era solo questione di tempo scoprire la piramide e forzarla, per vedere che cosa ci fosse dentro. Adesso non emette più segnali, e chi di dovere avrà ormai rivolto la propria attenzione alla Terra. Forse vogliono aiutare la nostra civiltà in fasce. Ma devono essere vecchi, molto vecchi, e talvolta i vecchi sono follemente gelosi dei giovani.

Ora non posso più guardare la Via Lattea senza chiedermi da quale di quelle fitte nebulose stellari stiano arrivando gli emissari. Se mi concedete un'analogia molto semplice, noi abbiamo tirato il segnale d'allarme, e adesso non possiamo fare altro che aspettare.

Non credo che l'attesa sarà lunga.

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Arthur C. Clarke, 1917-2008.



Un Grande del Novecento ci ha lasciato. Arthur C. Clarke è stato uno degli uomini che ha cambiato la nostra visione del mondo, anche se per molti è stato "solo" uno scrittore di fantascienza, la cui notorietà era dovuta più che altro a motivi non letterari, e che non ha mai goduto di particolare favore da parte dei critici, che gli preferivano autori problematici come Philip K. Dick o J.G. Ballard, e perfino il noiosissimo Asimov.

Io non ho mai avuto alcuna difficoltà a dichiararmi un fan sfegatato di Sir Arthur. Ho gran parte della sua produzione narrativa, sia in italiano che in inglese, e pur snobbando le sue "collaborazioni" recenti, ritengo che le sue opere fondamentali degli anni '50 e alcune successive, inclusi i primi tre romanzi del ciclo di 2001, siano grandi romanzi in tutti i sensi, e non solo opere di genere.

Per un giovane appassionato di fantascienza che nei tardi anni '60 comprava i fascicoli dell'Urania a metà prezzo sulle bancarelle (e che li ha poi ricomprati a prezzo decuplicato in anni più recenti) Clarke era uno dei pilastri del mondo. Ho letto Le Guide del Tramonto per la prima volta a dodici o tredici anni, ovviamente senza capirlo del tutto (e senza rendermi conto di quanto fosse stata sforbiciata e censurata l'edizione italiana). Ma il libro che me lo ha fatto diventare un cult assoluto è stato 2001 Odissea nello Spazio, che ho letto prima di vedere il film, quando venne ripresentato nei cinema italiani nel 1973. Ho letto il romanzo circa venti volte (in italiano e in inglese) e ho visto il film al cinema almeno sei volte (ne ho tre diverse edizioni in VHS e DVD, e non è detto che la collezione sia finita). Ricordo una sera del 1979 a Roma (ero militare) mentre spiegavo il finale del film ad un piccolo gruppo di spettatori in un cinema d'essai.

Nei prossimi giorni questo blog pubblicherà un omaggio ad Arthur Clarke, in particolare brevi estratti da opere poco note o quasi dimenticate. Clarke ha detto di sé, in occasione del suo novantesimo compleanno:

I'm sometimes asked how I would like to be remembered. I've had a diverse career as a writer, underwater explorer, space promoter and science populariser. Of all these, I want to be remembered most as a writer -- one who entertained readers, and, hopefully, stretched their imagination as well.

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venerdì, 14 marzo 2008
E' stata un'altra grande settimana...



... E se anche la prossima sarà così, a Pasqua mi raccoglieranno con il cucchiaino. Vecchi programmi che si schiantano in prima serata, navi che non partono per colpa di un record sbagliato su un oscuro database, report fatti e rifatti infinite volte, chiavi utente incasinate a tappeto, litigi e controversie di tutti i tipi, fulmini legali che attraversano l'Atlantico, e perfino un incidente stradale.

Vabbé, chiamarlo "incidente", per di più "stradale", sembra un po' eccessivo, visto che si è trattato di una toccatina fra due paraurti all'ingresso del parcheggio aziendale, e il danno più rilevante è stato un graffio sulla vernice lungo circa sei centimetri. Ma l'incazzatura che ne è seguita è stata comunque full-size, anche se preferisco non scendere in dettagli per non fare di questo blog un terreno di scontri personali. Comunque è stato un brillante inizio (era lunedì mattina) e se considero che la settimana, in realtà, aveva avuto un lungo prologo domenica pomeriggio, non è poi così strano che mi senta stanco, affannato, oppresso dalla sensazione che nulla si stia risolvendo, o anche solo evolvendo in una direzione qualsiasi. E non sto nemmeno seguendo la campagna elettorale.

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martedì, 11 marzo 2008
'O ciarrapico, 'o ciarrapico...



E poi purtroppo ci sono quelli che non se ne vanno, non se ne sono mai andati, erano rimasti un attimo dietro l'angolo e ora... voilà, una parola del Cavaliere e sono di nuovo sulla cresta dell'onda.

Ogni ciarrapico è bello a mamma soja...

... Perché serve all'immancabile vittoria.

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Eccomi

Utente: millenniumfalcon
Nome: Paolo

Sono un informatico, un analista-programmatore della vecchia guardia ante-Web e pre-Windows, che ha scoperto troppo tardi di essere più portato alla fotografia che alla scrittura di programmi applicativi.
Mi interesso di varie altre stupidaggini assortite: storia militare del XX secolo, aviazione, astronomia, ufologia, civiltà extraterrestri, storia controversa delle religioni - tutti argomenti strettamente correlati in più alto ordine delle cose, che però devo ancora trovare.

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